FORMAZIONE E COMUNICAZIONE - Cronaca di un seminario pubblico, tra verità , rischi e nuove sfide per giornalisti e operatori sanitari sui fronti di guerra
"Testimoni di guerra", quando operatori sanitari e giornalisti diventano 'bersagli' da eliminare
16-04-2026 / A parer mio
Sabato 28 marzo 2026 nella sala convegni, ex refettorio di San Paolo, si è svolto il seminario "Testimoni di guerra", condotto da Alessandro Zangara, capo ufficio stampa dell'amministrazione comunale. Un incontro denso, pensato per giornalisti e operatori sanitari, due categorie sempre più esposte nei teatri di guerra contemporanei, accomunate da una missione: testimoniare, curare, raccontare la realtà anche quando farlo significa mettere a rischio la propria vita.
Ad aprire gli interventi del seminario è stata Antonella Vincenzi, presidente di Assostampa Ferrara, che ha posto subito il tema centrale: parlare di reporter di guerra significa interrogarsi sul valore stesso dell'informazione. Non si tratta solo di cronaca, ma di un diritto fondamentale dei cittadini: conoscere.
Vincenzi ha sottolineato come il giornalismo oggi si trovi in una condizione di crescente fragilità: redazioni ridotte, precarietà diffusa e una professione spesso sottopagata. Tutto ciò incide direttamente sull'indipendenza dell'informazione. Senza tutele, ha spiegato, diventa sempre più difficile garantire un racconto libero e non condizionato.
I numeri sono drammatici, come riporta nella relazione introduttiva Alessandro Zangara: nel 2024 si è registrato il prmo record di 124 giornalisti uccisi in guerra, superato nel 2025 con 127, soprattutto nel conflitto a Gaza. Parallelamente, cresce il numero dei giornalisti detenuti. Una sorte che accomuna anche gli operatori sanitari: oltre 1100 morti nel 2025 (900 nel 2024) nella stessa area. Due categorie diverse, ma unite da una vulnerabilità sempre più evidente.
Tra gli interventi più intensi, quello di Nello Scavo, inviato speciale di Avvenire e reporter internazionale che collabora con testate come il New York Times, il Guardian e la BBC. Il suo racconto parte da un dato giuridico: il corrispondente di guerra è tutelato dal diritto internazionale ed è considerato un civile. Ma la realtà sul campo è ormai diversa. "Oggi i giornalisti non sono più osservatori neutrali: sono diventati bersagli".
Scavo ha raccontato le difficoltà di accesso a scenari come Gaza, dove entrare è diventato quasi impossibile. Le informazioni arrivano prevalentemente da giornalisti locali, spesso palestinesi, alcuni dei quali uccisi o scomparsi. Questo crea un limite enorme: il racconto è inevitabilmente condizionato da appartenenze geografiche ed etniche, mentre la propaganda - anche attraverso influencer - costruisce narrazioni distorte.
Il problema non riguarda solo il Medio Oriente. Anche in Ucraina, ha spiegato, l'accesso è parziale e le informazioni possono essere manipolate, talvolta anche in buona fede. Luoghi come Irpin, ittà vicino a Kyiv, diventata simbolo delle violenze contro i civili durante l'invasione russa del 2022 o Izium, segnati da fosse comuni e centinaia di civili uccisi, sono esempi di quanto sia difficile distinguere verità e propaganda.
Scavo ha poi toccato un tema delicato: la pressione sui giornalisti anche nei paesi democratici. Sorveglianza, intercettazioni, intimidazioni indirette alle fonti. "Lo scopo è spaventare chi parla con noi", ha detto. Nonostante ciò, ha rivendicato l'importanza della protezione delle fonti, elemento fondamentale per far emergere verità scomode anche a livello internazionale.
A portare una prospettiva diversa è stato Sebastiano Caputo, classe 1992, reporter attivo in numerosi scenari di conflitto - dalla Siria all'Ucraina, dal Libano all'Iraq - e fondatore di progetti editoriali indipendenti.
Caputo ha evidenziato la distanza generazionale tra lui e Scavo: "Lui è un nativo analogico, io digitale". Una differenza che riflette un cambiamento profondo nel modo di fare informazione. Riprendendo il pensiero di McLuhan "il medium è il messaggio", Caputo ha spiegato "come il passaggio dalla carta stampata ai social network abbia trasformato radicalmente la percezione delle notizie. Se Facebook privilegiava il testo e l'analisi, Instagram ha spostato l'attenzione sull'immagine, rendendo la comunicazione più immediata ma anche più superficiale".
"In questo contesto si inserisce il fenomeno della disintermediazione: oggi chiunque può raccontare un conflitto in tempo reale. Ma questo non significa fare giornalismo. Un influencer non è un giornalista", ha sottolineato Caputo, indicando come la verifica delle fonti resti la principale differenza.
Il problema è anche economico: mantenere un inviato di guerra è costoso. Tra assicurazioni, viaggi, sicurezza e logistica, si tratta di una delle figure più onerose per una redazione. Di conseguenza, molte testate preferiscono affidarsi a contenuti già disponibili online.
Caputo ha poi affrontato un tema cruciale: l'impossibilità di essere completamente neutrali. Nei contesti di guerra, anche ottenere un visto significa, di fatto, schierarsi. Raccontare un conflitto nella sua totalità diventa sempre più difficile, soprattutto in un'epoca segnata dalla polarizzazione del dibattito pubblico.
Il seminario "Testimoni di guerra" ha restituito un quadro complesso e inquietante: il giornalismo di guerra è oggi più necessario che mai, ma anche più fragile e pericoloso.
Da un lato, reporter come Scavo continuano a difendere il valore della presenza sul campo, unica garanzia contro la manipolazione. Dall'altro, giornalisti come Caputo mostrano come il mestiere stia cambiando, stretto tra rivoluzione digitale e crisi economica.
In mezzo, resta una domanda fondamentale: è ancora possibile raccontare la verità in guerra?
La risposta, emersa tra le voci dei relatori, non è semplice. Ma una cosa è certa: senza chi continua a testimoniare, quella verità rischia di scomparire del tutto.
Diritto internazionale umanitario e protezione dei giornalisti: la Croce Rossa
Enrica Sanna, giornalista professionista con esperienze a "Il Sole 24 Ore" e Comunicazione Stampa, è entrata a far parte della Croce Rossa italiana tre anni fa. Insieme ad Alessandra Lazzari, istruttrice di diritto internazionale umanitario e delegata per i principi e valori del Comitato di Bologna della Croce Rossa, ha partecipato a un incontro a Ferrara dedicato alla formazione sui temi della protezione dei civili e degli operatori dell'informazione nei conflitti armati.
Lazzari, traduttrice di professione, divide il suo tempo tra l'insegnamento del diritto internazionale umanitario e la partecipazione a corsi per volontari e dipendenti dell'associazione.
"Il nostro obiettivo - ha spiegato Sanna - è far comprendere la differenza tra diritto internazionale e diritto internazionale umanitario. Quest'ultimo, nato con le Convenzioni di Ginevra e con il fondatore della Croce Rossa, stabilisce le regole nei conflitti armati e protegge civili, operatori sanitari e giornalisti. È fondamentale usare una terminologia corretta per restituire autorevolezza al racconto e contrastare le fake news, soprattutto in un'epoca in cui le persone si informano molto attraverso i social network."
Sanna ha inoltre sottolineato l'importanza del ruolo del giornalista: "Oltre alla protezione prevista dal diritto internazionale umanitario, i professionisti dell'informazione possono veicolare contenuti più corretti, rispettando il codice deontologico dei giornalisti, recentemente aggiornato. È essenziale distinguere il giornalista dall'influencer, sia per autorevolezza sia per responsabilità professionale."
Alessandra Lazzari ha offerto un quadro storico e normativo: il diritto internazionale umanitario si differenzia dal diritto internazionale tradizionale, che regola le relazioni tra Stati. Nato con la prima Convenzione di Ginevra del 1864, il diritto internazionale umanitario si applica ai conflitti armati e disciplina mezzi e metodi di guerra, proteggendo anche prigionieri, feriti e coloro che non partecipano più alle ostilità. Il Comitato Internazionale della Croce Rossa è l'unico organismo menzionato nelle Convenzioni e coordina le attività di protezione in tutto il mondo.
Sanna ha ricordato anche il contesto storico: "Il fondatore della Croce Rossa, dopo aver assistito alla battaglia di Solferino nel 1859, comprese l'urgenza di creare trattati che regolassero i conflitti e proteggessero i feriti, anticipando norme che oggi consideriamo imprescindibili."
Infine, è stato sottolineato il lavoro quotidiano della Croce Rossa nei teatri di guerra contemporanei: dai conflitti in Yemen alle operazioni di scambio di prigionieri, l'organizzazione internazionale riesce a garantire protezione e supporto anche in situazioni di estrema difficoltà. "Il nostro lavoro - ha concluso Sanna - è portare soccorso senza discriminazioni, rispettando l'emblema della Croce Rossa e assicurando il rispetto dei diritti umani fondamentali."
Durante un incontro a Ferrara, Enrica Sanna e Alessandra Lazzari, rappresentanti della Croce Rossa italiana, hanno approfondito il ruolo dell'organizzazione nel garantire protezione e assistenza nei conflitti armati. Sanna ha spiegato come gli emblemi della Croce Rossa, della Mezzaluna Rossa e del Cristallo Rosso siano simboli laici, privi di significato religioso, politico o confessionale, e riconosciuti a livello internazionale per identificare personale e strutture umanitarie.
"Il nostro compito - ha sottolineato Sanna - è arrivare a tutti in modo neutrale nei conflitti, pur promuovendo valori come solidarietà, giustizia, non sofferenza e inclusione sociale. La neutralità si applica ai conflitti, non ai grandi temi sociali." L'organizzazione ha ricordato, opera su scala globale con oltre 80 milioni di volontari, fornendo supporto che va dall'emergenza sanitaria e la consegna di farmaci, alla formazione nelle scuole e nelle forze armate, fino all'assistenza in aree di guerra.
Alessandra Lazzari ha spiegato i principi fondamentali del diritto internazionale umanitario, nati dalle Convenzioni di Ginevra: distinzione tra civili e militari, protezione di ospedali e prigionieri, proporzionalità e umanità nei conflitti. "Non si tratta solo di norme astratte - ha detto Lazzari - ma di regole concrete per limitare le sofferenze, preservare vite umane e rispettare l'ambiente anche in situazioni di guerra."
Sanna ha aggiunto come il diritto internazionale umanitario differisca dal diritto internazionale tradizionale, che regola le relazioni diplomatiche tra Stati, e come la Croce Rossa sia garante di queste norme in Italia e nel mondo, promuovendo anche campagne su diritti di genere, diversità e emergenze climatiche.
Il dibattito ha affrontato inoltre il ruolo dei giornalisti, sottolineando l'importanza di distinguere tra giornalista professionista e influencer, rispettando il codice deontologico e garantendo informazioni corrette e autorevoli. "In un mondo dominato da notizie rapide e social media, il giornalista deve assicurare precisione e chiarezza, evitando confusione tra diritto internazionale e diritto internazionale umanitario," ha concluso Sanna.
L'incontro seminariale è continuato con un approfondimento sulle altre organizzazioni umanitarie presenti, come Medici Senza Frontiere e Emergency, ribadendo l'importanza della collaborazione internazionale per portare aiuto in situazioni di crisi, dal conflitto alla gestione dei disastri naturali.
"Ci sono cose che vediamo, chiediamo e viviamo ogni giorno, ma che spesso non possiamo raccontare - ha affermato il portavoce regionale di MSF -. A chi lavora sul campo viene chiesto continuamente se vuole continuare a operare o testimoniare. Siamo presenti in diversi Paesi, come Palestina, Iran, Sudan, Haiti e Cuba. In questi contesti abbiamo operato direttamente e oggi rappresentiamo uno dei principali attori medico-umanitari capaci di comprendere realmente cosa sta accadendo sul campo. Tuttavia, non sempre possiamo dire tutto, per ragioni di sicurezza e di neutralità.
Abbiamo operato anche in Iran, e si è discusso della situazione attuale in Afghanistan. Un esempio concreto riguarda le persone afghane: molte di loro non vivono più nel proprio Paese, ma sono state costrette a spostarsi in Iran o in altri Stati, ritrovandosi in contesti completamente sconosciuti.
Il punto centrale è comprendere cosa possiamo imparare da queste situazioni. È inevitabile commettere errori, ma è fondamentale costruire qualcosa a partire da essi e sviluppare strumenti per migliorare. Serve un impegno anche a livello internazionale, per capire fin dove possiamo intervenire e a quale costo.
Già nel 2014 si è discusso molto di diritto internazionale umanitario e del ruolo della comunità internazionale. Tuttavia, questi principi vengono spesso messi in discussione sulla scena globale. Nel corso del tempo si è intervenuti più volte: inizialmente perché non era possibile agire da soli, successivamente per testimoniare situazioni che non potevano più essere ignorate.
Oggi emerge una domanda cruciale: dove sono gli alleati? Spesso si ha la sensazione che non ci sia più nessuno. Il messaggio fondamentale resta però che tutte le vite hanno lo stesso valore e devono essere protette, anche quando ciò comporta rischi.
È fondamentale essere curiosi, informarsi e verificare ciò che leggiamo e ascoltiamo. Non tutto ciò che viene pubblicato è vero. Bisogna sviluppare uno spirito critico.
Per quanto riguarda il diritto internazionale, esistono definizioni molto precise nei trattati (come quelli successivi al 1949). Ad esempio, non si possono considerare personale sanitario o strutture mediche come obiettivi militari. Le armi sono definite in modo specifico, ma nel tempo le norme possono cambiare, anche in base all'evoluzione tecnologica e ambientale.
Il problema è che, se manca la volontà politica di rispettare queste regole, diventa molto difficile applicarle. Oggi si parla spesso di "fake news", ma in realtà molte volte si tratta semplicemente di bugie diffuse intenzionalmente.
Il diritto internazionale esiste, ma rischia di perdere valore se non viene rispettato. Organizzazioni come la Croce Rossa lavorano per diffondere questi principi, ma se le persone non li conoscono o li ignorano, diventa tutto più complicato.
In conclusione, le convenzioni e le regole ci sono e sono ben costruite. Il problema non è la loro mancanza, ma il fatto che spesso non vengono applicate.
Dopo il 7 ottobre, è stata offerta disponibilità ad aiutare chi ha subito le conseguenze del conflitto, ma la situazione resta estremamente complessa."
Francesca, gruppo emergency di Ferrara: "Emergency è un'organizzazione internazionale nata in Italia nel 1994. Da allora è intervenuta in più di 21 Paesi e ha curato oltre 13 milioni di persone, offrendo un'assistenza sanitaria di alto livello e completamente gratuita. Allo stesso tempo, Emergency promuove una cultura di pace, solidarietà e rispetto dei diritti umani.
Operiamo attualmente in diversi Paesi del mondo, costruendo ospedali di eccellenza, centri di sanità di base, centri di maternità, ma anche strutture per la produzione di protesi e per la reintegrazione sociale dei pazienti. Siamo presenti anche nel Mediterraneo con una nave di soccorso per i migranti, lungo una delle rotte più pericolose al mondo. Inoltre, operiamo anche in Italia.
In alcuni Paesi in cui lavoriamo la guerra è ancora in corso, mentre in altri si affrontano le conseguenze di conflitti passati o vicini nel tempo e nello spazio. Dopo trent'anni di attività, possiamo dire che tutte le guerre hanno un elemento comune: le vittime. Questa è l'unica vera costante.
Secondo l'Atlante delle guerre, nel 2023 erano 53 i conflitti in corso; oggi il numero è salito a 56. Ancora più impressionante è il dato secondo cui quasi metà della popolazione mondiale vive attualmente in una situazione di guerra o conflitto.
I media raccontano tutto questo, a mio avviso, in modo parziale: non tutti i conflitti ricevono la stessa attenzione. Alcuni, come la guerra in Ucraina o quella in Palestina, sono molto presenti nei telegiornali, mentre altri vengono quasi ignorati. Le ragioni sono complesse, ma il risultato è evidente.
La vera sfida oggi è raccontare tutte le guerre e tutte le violazioni dei diritti con la stessa attenzione. Questo perché l'umanità non è fatta di confini: possiamo salvarci solo insieme, non come singoli Stati. Per farlo, è necessario garantire diritti e uguaglianza, elementi che la guerra distrugge.
Gli effetti dei conflitti sono devastanti: in Palestina, ad esempio, il costo della farina è aumentato drasticamente, rendendo difficile anche solo nutrirsi. Nove bambini su dieci non possono più andare a scuola: vengono meno il diritto all'istruzione, al gioco e alla socialità. Anche il diritto alla casa è compromesso, con gran parte della popolazione sfollata.
In Ucraina, milioni di persone hanno avuto accesso limitato all'energia elettrica, con conseguenze pesanti sulla vita quotidiana. Inoltre, vaste aree sono contaminate da mine antiuomo, rendendo i territori pericolosi e inabitabili.
Il Sudan rappresenta una delle crisi umanitarie più gravi degli ultimi anni, ma è poco raccontata dai media. Milioni di persone sono state costrette a lasciare le proprie case.
Un caso emblematico è quello dell'Afghanistan: la guerra è considerata conclusa dal 2021, ma se ne parla pochissimo. Dopo vent'anni di conflitto, il Paese è ancora più instabile, con milioni di mine sul territorio e una popolazione esposta a rischi quotidiani.
Nonostante tutto questo, aumentano gli investimenti nelle spese militari e diminuiscono quelli nella cooperazione. Si diffonde l'idea che più uno Stato si arma, più sia sicuro. Ma è davvero così? Noi crediamo di no: la sicurezza non può essere costruita sulla divisione, ma solo su diritti e uguaglianza. Non lo diciamo solo noi: lo dimostra la storia.
Per questo motivo rifiutiamo il concetto di guerra in tutte le sue forme e consideriamo inaccettabile l'idea di "guerra umanitaria", che riteniamo una contraddizione.
Vi invito a partecipare alla campagna "R1PUD1A" e a consultare il "Quotidiano bellico" sul sito di Emergency, uno spazio che prova a raccontare la guerra in modo più completo e a dare voce anche a chi lavora per la pace."
Sanitari per Gaza è una rete nata nel 2023, in seguito all'escalation del conflitto tra Israele e Palestina. In poco tempo si è diffusa in tutta Italia e, nell'ottobre 2025, si è costituita anche a Ferrara come coordinamento di operatori sanitari.
Abbiamo partecipato a diverse manifestazioni e iniziative, chiedendo il rispetto del diritto alla salute e opponendoci a processi di disumanizzazione, in particolare nei contesti di guerra. Il nostro impegno è quello di difendere i principi fondamentali dell'etica medica e il diritto alla cura, in ogni luogo e per ogni persona".
Operatori sanitari, testimoni al servizio delle persone che soffrono
Il primo intervento della parte dedicata alle testimonianze degli operatori sanitari è quello di Riccardo Corradini, medico chirurgo generale all'ospedale Santa Chiara di Trento. È un medico che nel 2019, durante il suo percorso di studi all'Università di Siena, è stato tra i primi studenti europei a entrare nella Striscia di Gaza per un periodo di formazione di quattro mesi.
Da quell'esperienza è nato anche un documentario, disponibile su diverse piattaforme. Negli anni successivi ha continuato il suo impegno insieme ad altri colleghi e colleghe, collaborando con diverse organizzazioni umanitarie. Oggi continua a portare testimonianza come operatore sanitario nei contesti di conflitto.
L'articolo 19 delle Convenzioni di Ginevra stabilisce in modo inequivocabile che le strutture sanitarie non possono essere colpite in nessuna circostanza e per nessun motivo. Eppure, questo è diventato una prassi: l'esercito israeliano, nelle sue diverse componenti - aviazione, marina ed esercito di terra - ha considerato le strutture sanitarie come obiettivi strategici.
Questo rientra in una logica più ampia: colpire la popolazione civile, anche attraverso l'impossibilità di ricevere cure. Le Nazioni Unite hanno parlato di genocidio, che si realizza anche impedendo alle persone di essere curate.
"Io ho avuto la fortuna di andare a Gaza nel 2019, quando ero uno studente di medicina all'ultimo semestre del sesto anno. - illustra Corradini- Quello che vedete alle mie spalle è il padiglione chirurgico dell'Al-Shifa Hospital, il più grande ospedale di Gaza City.
Questa struttura rappresentava un'eccellenza nella cura dei pazienti e nella chirurgia in tutta la Striscia di Gaza. Oggi, invece, è stata distrutta. E dobbiamo essere chiari: questo non è solo un attacco a una struttura sanitaria e a chi ci lavora, ma è un attacco diretto alla possibilità stessa di essere curati.
Anche chi soffre di patologie non legate alla guerra non può più ricevere assistenza. Le cosiddette morti indirette sono infatti una conseguenza devastante di questa situazione. Secondo l'Organizzazione Mondiale della Sanità, le vittime dirette sono decine di migliaia, ma a queste si aggiungono le morti indirette: persone che muoiono perché non hanno accesso alle cure.
La rivista scientifica The Lancet ha stimato che queste morti indirette potrebbero superare le 600.000 persone, un numero enormemente superiore a quello delle vittime dirette.
Per rendere più comprensibile questa realtà, ho utilizzato l'intelligenza artificiale per immaginare il mio ospedale di Trento, il Santa Chiara, nelle stesse condizioni dell'ospedale di Gaza. Il risultato è un'immagine che colpisce profondamente: vedere qualcosa di così vicino alla propria esperienza rende la situazione ancora più concreta e drammatica.
Pensare che i colleghi con cui ho lavorato, gli infermieri, i reparti che ho vissuto, siano oggi ridotti così è qualcosa di profondamente violento e inumano.
Non sono state colpite solo le strutture: oltre 1.700 operatori sanitari sono stati uccisi mentre cercavano di prestare soccorso. Un tempo si diceva "non si spara sulla Croce Rossa", ma oggi questa regola sembra essere stata completamente abbandonata.
Questo non è un fenomeno limitato a Gaza: rappresenta un cambiamento più ampio nel modo di fare guerra. Si è arrivati a legittimare l'attacco alle strutture sanitarie, l'uccisione dei medici e la repressione di chi cerca di raccontare la verità, inclusi i giornalisti.
Secondo l'Organizzazione Mondiale della Sanità e Amnesty International, questa tendenza non si limita alla Palestina. Ad esempio, nel sud del Libano si sono registrati oltre 120 attacchi a strutture sanitarie, con decine di operatori uccisi e feriti.
È evidente che non si tratta più di episodi isolati, ma di un nuovo modo di fare guerra: colpire il diritto alla cura per indebolire e annientare il nemico, privandolo delle sue possibilità di sopravvivenza. A Gaza oggi non se ne parla quasi più, anche a causa dell'attenzione spostata su altri scenari come il Golfo Persico. Eppure, la situazione resta drammatica: circa 18.500 pazienti hanno bisogno di cure mediche urgenti che non possono essere garantite all'interno della Striscia. Tra questi, circa 4.000 sono bambini.
Il ritmo delle evacuazioni sanitarie, nella migliore delle ipotesi, è di circa un centinaio di persone a settimana. Questo significa che, mantenendo questo ritmo, servirebbero oltre tre anni e mezzo per evacuare tutti i pazienti. Nel frattempo, più di 1.000 persone sono morte aspettando di poter essere trasferite per ricevere cure adeguate. Questo è un dato che non possiamo ignorare.
Un altro aspetto fondamentale riguarda la distruzione del sistema educativo. Le scuole rappresentano lo strumento principale attraverso cui una società può ricostruirsi, sviluppare conoscenze e formare pensiero critico. Eppure, 526 scuole su 564 sono state distrutte.
Tra queste c'è anche l'università di Gaza City, dove ho studiato. Era un luogo bellissimo, un centro di formazione e crescita. A meno di un mese dall'inizio delle operazioni militari, è stata completamente devastata.
Colpire le strutture sanitarie significa colpire la possibilità di sopravvivere; colpire le strutture educative significa impedire a una popolazione di rialzarsi, di autodeterminarsi e di costruire il proprio futuro.
Per rendere più comprensibile questa realtà, ho provato a immaginare, con l'aiuto dell'intelligenza artificiale, il polo scientifico di Trento nelle stesse condizioni dell'università di Gaza. Il risultato è un'immagine che colpisce profondamente, perché ci avvicina a qualcosa che altrimenti percepiamo come lontano.
Di fronte a queste immagini nasce spontanea una domanda: perché? Perché colpire un'università, un luogo di studio e di conoscenza? Non c'è una reale giustificazione militare per distruggere un polo scientifico.
La risposta sta nella volontà di impedire a un popolo di essere libero, di studiare e di autodeterminarsi.
Oggi circa un milione di persone vive ancora nelle tende. La situazione a Gaza è tutt'altro che risolta e stanno emergendo anche nuove condizioni mediche, legate alle condizioni estreme in cui vive la popolazione, situazioni che ricordano persino quelle osservate nei conflitti del passato.
Si sta arrivando al punto che, tra qualche anno, verrà probabilmente definita una nuova condizione medica: la cosiddetta Wet Syndrome, la 'sindrome della tenda bagnata'. Si tratta di una condizione legata al vivere costantemente in ambienti insalubri, in condizioni di umidità estrema, con vestiti sempre bagnati e piedi immersi nell'acqua.
In queste condizioni le persone sviluppano infezioni, soprattutto respiratorie, che non riescono a curare e che portano a danni permanenti ai polmoni. Nei casi più gravi, questo significa una vera e propria condanna a morte, soprattutto per i soggetti più fragili: bambini, neonati e anziani.
Questo dà la misura del livello a cui siamo arrivati: una situazione che sta portando addirittura alla nascita di nuove forme di malattia.
Alla fine di settembre 2025, insieme a molte persone in tutto il mondo, abbiamo sentito che non era più possibile restare in silenzio davanti a ciò che stava accadendo: un genocidio sotto gli occhi di tutti, raccontato anche sui social come TikTok.
Non solo i governi sono rimasti immobili, ma in molti casi - compreso il nostro - sono stati anche complici. Quando si verifica un genocidio, il diritto internazionale impone di attivare tutti i meccanismi possibili per fermarlo: sanzioni, disinvestimenti, boicottaggi. Nulla di tutto questo è stato fatto.
Per questo, come società civile, abbiamo deciso di mobilitarci e scendere in piazza. Io ho avuto la possibilità di partecipare a una missione umanitaria della Freedom Coalition, a bordo della nave Conscience, partita da Otranto a fine settembre.
Era una nave di circa 70 metri, con un equipaggio di circa 100 persone, tra cui operatori sanitari. Trasportavamo beni di prima necessità: latte in polvere, pannolini, assorbenti. Per dare un'idea, oggi un pacco di assorbenti nella Striscia di Gaza costa circa 70 dollari. Questo significa che circa un milione di donne non ha avuto accesso a prodotti igienici di base per oltre due anni.
Portavamo anche farmaci, sia di base che per terapie intensive e sale operatorie, ma soprattutto portavamo le nostre competenze, per affiancare colleghi che lavorano senza sosta da anni, spesso in condizioni estreme.
Siamo partiti da Otranto, ma durante il viaggio siamo stati intercettati e attaccati in acque internazionali, pur non violando alcuna legge. Siamo stati portati in un carcere di massima sicurezza nel deserto del Negev, in Israele, dove abbiamo subito violenze psicologiche e fisiche.
E qui bisogna essere chiari: se questo trattamento è stato riservato a noi, che siamo medici occidentali, si può immaginare cosa subiscano quotidianamente i palestinesi detenuti.
Io sono tornato, ma molti altri no. Ci sono migliaia di persone detenute, tra cui oltre 100 medici ancora in carcere senza accuse chiare.
Vorrei lasciarvi con un'immagine: sulla nave era scritto "Hanno provato a seppellirci, ma non sapevano che eravamo semi". Ecco, momenti come questo sono fondamentali per far germogliare questi semi.
Per quanto riguarda la narrazione mediatica, cerco di essere il più oggettivo possibile: non è stata data sufficiente attenzione al fatto che la nostra missione fosse completamente legale secondo il diritto internazionale.
Una nave può essere fermata in acque internazionali solo in casi specifici, come pirateria o traffici illegali. Non era il nostro caso. Inoltre, le acque davanti a Gaza non sono acque territoriali israeliane, secondo il diritto del mare.
Non c'era quindi alcun fondamento legale per l'intervento. E va aggiunto un punto fondamentale: noi eravamo personale sanitario. Il diritto internazionale stabilisce chiaramente che non si può impedire al personale medico di operare nei contesti di guerra".
Il relatore successivo, Angelo Stefanini, ha lavorato a lungo con organizzazioni non governative in Africa e ha insegnato in diverse università, tra cui quella di Leeds in Inghilterra e quella di Bologna, dove ha fondato il Centro di Salute Internazionale.
Nel 2002 è stato rappresentante dell'Organizzazione Mondiale della Sanità nei territori palestinesi occupati e, dal 2008, ha coordinato programmi sanitari nell'ambito della cooperazione italiana. Dal 2015 è volontario con organizzazioni palestinesi, impegnate nel rafforzamento del sistema sanitario locale.
Inizia il suo intervento con una sua riflessione: essere presenti oggi, senza parlare apertamente di ciò che sta accadendo, significa da un lato una critica implicita alla passività della comunità internazionale di fronte a quello che viene definito da molti un genocidio; dall'altro, rivela una mancanza di consapevolezza rispetto alla crisi morale che sta attraversando la comunità globale. La morte del popolo palestinese rappresenta, in un certo senso, anche una crisi dell'umanità nel suo insieme."
"Non presenterò dati o numeri, ma parole, concetti e dubbi. - interviene Stefanini - Il 9 ottobre 2025, a circa due anni dall'inizio delle violenze a Gaza, un gruppo di professionisti sanitari ha firmato la 'Dichiarazione di solidarietà sanitaria per Gaza', un impegno a sostenere gli operatori sanitari palestinesi.
Questo documento sottolinea la necessità di evitare gli errori del passato: complicità, compiacenza e collusione da parte di attori internazionali che, invece di rafforzare l'autonomia palestinese, hanno finito per indebolirla.
In questo momento, in cui ciò che accade nei territori palestinesi occupati rischia di essere oscurato da altri eventi globali, credo sia fondamentale, come comunità umanitaria, fare autocritica.
Ho lavorato per anni in Palestina, prima con l'OMS e poi con la cooperazione italiana, e successivamente con una ONG palestinese. Riflettendo su queste esperienze, ho maturato la consapevolezza di essere stato, almeno in parte, corresponsabile di alcuni errori.
Mi riconosco in un passaggio de La peste di Albert Camus, che descrive il senso di responsabilità e il disagio morale di chi si rende conto, anche indirettamente, di aver contribuito a un sistema che produce sofferenza.
L'aiuto internazionale nei territori palestinesi si trova di fronte a dilemmi profondi.
Il primo è che le cause della crisi umanitaria non sono accidentali, ma strutturali: occupazione e apartheid. Le restrizioni, i posti di blocco e la mancanza di controllo sulla propria vita producono inevitabilmente povertà e sofferenza.
Secondo il diritto internazionale umanitario, è la potenza occupante - cioè Israele - ad avere la responsabilità del benessere della popolazione occupata.
Eppure, studi come quelli dell'economista israeliano Shir Hever mostrano come una parte significativa degli aiuti internazionali finisca indirettamente per avvantaggiare Israele stesso.
Inoltre, l'accesso agli aiuti è spesso ostacolato, come vediamo oggi in modo drammatico a Gaza.
Un ulteriore problema è che mantenere lo status quo significa, di fatto, legittimare l'occupazione. Questo è stato affermato anche dalla Corte Internazionale di Giustizia nel parere del 2004 sul muro nei territori occupati: gli Stati non devono fornire aiuti che contribuiscano a mantenere una situazione illegale.
Di fronte a questo, gli operatori umanitari si trovano davanti a un dilemma: interrompere gli aiuti, lasciando la popolazione senza supporto, oppure continuare a intervenire, rischiando però di contribuire al mantenimento del sistema esistente.
Molto spesso si è scelta la seconda opzione, cercando di ridurre i danni. Ma questo ha comportato effetti negativi: ad esempio, sostituirsi alla responsabilità della potenza occupante o evitare pressioni politiche per non compromettere l'accesso agli aiuti.
Come ha osservato l'architetto Eyal Weizman, evitare il confronto diretto con Israele è diventato una forma di "complicità minore", un alibi per il sistema umanitario.
L'aiuto umanitario ha anche effetti perversi: tende a depoliticizzare i conflitti, trasformando soggetti politici - portatori di diritti - in vittime passive. In questo modo, si perde il contesto storico e politico, e i conflitti vengono ridotti a semplici crisi umanitarie.
Inoltre, sempre più risorse vengono destinate all'emergenza, a scapito dello sviluppo a lungo termine. Questo rafforza il ruolo delle organizzazioni internazionali, ma indebolisce le istituzioni locali, che perdono autonomia ed efficacia.
Dopo la vittoria elettorale di Hamas nel 2006 e, successivamente, la presa di potere nella Striscia di Gaza, a partire dal 2007 si assiste a un cambiamento nelle tecniche israeliane di potere e controllo. Israele passa da una forma di occupazione fisica diretta del territorio a una gestione a distanza di tipo "umanitario", in cui la popolazione di Gaza viene amministrata principalmente attraverso la soddisfazione dei bisogni di sopravvivenza. In questo quadro, i bisogni dei palestinesi vengono valutati quasi esclusivamente in termini umanitari, riducendo la popolazione alla condizione di "nuda vita" e svuotandola del suo significato politico. In questo processo, le Nazioni Unite e i donatori internazionali finiscono per cadere nella trappola ideologica che contribuisce alla disumanizzazione dei palestinesi, privandoli della loro dimensione politica. Non ci si interroga più sulle cause strutturali della crisi, come l'occupazione, l'assedio o la colonizzazione, ma ci si limita a garantire condizioni minime di sopravvivenza come cibo e assistenza di base.
In generale, i contesti colpiti da violenza armata presentano caratteristiche ricorrenti rilevanti anche nel caso di Gaza. Quando l'attenzione mediatica diminuisce, la mortalità complessiva può addirittura peggiorare, soprattutto a causa della cosiddetta mortalità indiretta, legata alla mancanza di cure, alla fame e alle malattie. I donatori occidentali tendono inoltre a medicalizzare la sofferenza causata dalla violenza, offrendo risposte come il counseling individuale o il trattamento farmacologico, cioè interventi limitati nel tempo e apparentemente neutri dal punto di vista politico, che evitano però di affrontare le cause strutturali dei conflitti.
Inoltre, la risposta umanitaria di emergenza tende spesso a evitare la decentralizzazione del processo decisionale verso i soggetti locali, ignorando il fatto che le popolazioni colpite da crisi prolungate sviluppano, anche nelle condizioni più tragiche, competenze e strategie di sopravvivenza che dovrebbero essere riconosciute e valorizzate. Anche i processi di ricostruzione dopo le guerre mostrano un bilancio generalmente negativo, soprattutto in Medio Oriente, come dimostrano casi quali Fallujah, Aleppo, Mosul e Raqqa. In molti casi, le risorse destinate alla distruzione superano di gran lunga quelle destinate alla ricostruzione.
Un esempio significativo è il fallimento del cosiddetto "meccanismo di ricostruzione di Gaza", gestito da un sistema trilaterale composto da Israele, Nazioni Unite e Autorità Palestinese. Questo meccanismo ha finito per normalizzare l'assedio, poiché subordinava ogni ingresso di materiali alle preoccupazioni di sicurezza israeliane, impedendo anche l'ingresso di beni civili con la motivazione del possibile uso militare. In questo modo, il sistema si è rivelato inefficace e ha contribuito a consolidare le dinamiche di controllo esistenti.
In generale, la ripresa dopo una crisi armata è un processo complesso e spesso imprevedibile, che tende a divergere significativamente dalle aspettative dei decisori politici e dei pianificatori, i quali spesso sottovalutano sia i costi sia i tempi necessari.
Nel caso palestinese, il sistema degli aiuti contribuisce spesso, anche involontariamente, alla violazione dei diritti. La logica emergenziale trasforma tutto in una crisi permanente, producendo interventi a breve termine che si concentrano sui sintomi e non sulle cause strutturali del conflitto. Inoltre, la mancata volontà di confronto politico con Israele a livello internazionale contribuisce a una forma di impunità. Anche la mancanza di controllo sul sistema degli aiuti porta a non chiedere conto delle violazioni, trattando Israele come un caso eccezionale e indebolendo così l'universalismo del diritto internazionale.
A questo si aggiungono restrizioni operative che ostacolano l'assistenza umanitaria, come la difficoltà di collaborazione con alcune autorità locali e la classificazione di determinati attori come organizzazioni terroristiche, che limita ulteriormente l'azione delle ONG. Questi vincoli, se accettati, rischiano di legittimare indirettamente il potere dominante.
Il 18 ottobre 2023, pochi giorni dopo l'attacco di Hamas a Israele, mentre a Gaza era già in corso una violenza devastante, il Consiglio di Sicurezza dell'ONU non chiede un cessate il fuoco, ma una "pausa umanitaria". Secondo alcuni studiosi, questa scelta dimostra come il linguaggio umanitario possa diventare uno spazio in cui la politica si nasconde. In un contesto in cui molte istituzioni occidentali non solo evitano di intervenire, ma sostengono senza riserve le azioni militari israeliane, diventa sempre più difficile anche solo esprimere posizioni politiche esplicite.
Questo solleva una domanda fondamentale: come è possibile che la richiesta di un cessate il fuoco sia diventata così politicizzata da essere associata al sostegno al terrorismo? Si rischia così di normalizzare un contesto in cui un'intera popolazione diventa implicitamente "eliminabile" dal discorso pubblico. In alcuni casi, anche la semplice espressione "genocidio" viene censurata o considerata inaccettabile nel dibattito accademico e mediatico.
Pensiamo a ciò che sta accadendo alla nostra libertà: non solo alla possibilità di criticare quello che molti definiscono genocidio commesso da Israele, ma persino alla possibilità di pronunciare la parola "genocidio". Un esempio personale riguarda un episodio in cui mi era stato chiesto da una società scientifica italiana di scrivere un articolo su Gaza. Poiché il titolo conteneva la parola "genocidio", l'articolo è stato respinto perché non si riteneva opportuno pubblicarlo. Ho quindi modificato il titolo in "chiamiamolo per nome" e, in questo modo, è stato accettato, proprio perché non compariva esplicitamente il termine "genocidio".
A questo proposito, è utile riflettere anche, vista l'attualità della questione, su un disegno di legge - mi pare chiamato "decreto Romeo" - approvato al Senato il 4 marzo, che equiparerebbe la critica ai crimini di Israele all'antisemitismo. Questo è il contesto che ci sta progressivamente investendo.
Di fronte a questi dilemmi, emerge con forza la questione del linguaggio e della definizione dei fatti. Gaza non è semplicemente una crisi umanitaria. A questo proposito, cito alcune righe da un libro dell'antropologo francese Didier Fassin, Una strana disfatta, che consiglio vivamente. Fassin afferma che parlare di "crisi umanitaria" significa spesso evitare di dare un nome a ciò che accade, limitandosi a descrivere gli effetti senza nominarne le cause, e giustificando così richieste di corridoi e pause umanitarie mentre i bombardamenti sui civili continuano nel rispetto apparente del diritto internazionale.
La crisi in questione non riguarda solo gli eventi recenti, ma un processo più lungo di progressiva cancellazione dei territori palestinesi occupati da oltre mezzo secolo, reso possibile dall'indifferenza della comunità internazionale.
Da qui emerge una domanda centrale: cosa rivelano questi fenomeni sui limiti dell'azione umanitaria in assenza di un processo politico di risoluzione del conflitto? Essi mostrano che le organizzazioni umanitarie si trovano spesso a operare in una logica di contenimento del danno, cercando di ridurre al minimo gli effetti negativi dei propri interventi, in quella che può essere definita una "economia del male minore". Questa logica viene talvolta utilizzata come giustificazione per la sospensione delle regole e per la creazione di regimi di eccezione.
Infine, cosa suggerisce la riflessione con cui ho aperto questa presentazione per porre fine alla violenza e sostenere la ricostruzione?
Si suggerisce innanzitutto di isolare la direzione coloniale israeliana attraverso sanzioni economiche e l'interruzione dei rapporti diplomatici e politici, con l'obiettivo di porre fine alla cancellazione del popolo palestinese. Si propone inoltre di interrompere la complicità istituzionale delle imprese, attraverso strumenti come il movimento BDS (boicottaggio, disinvestimento e sanzioni), che ha dimostrato di avere un impatto significativo. Lo stesso Netanyahu lo ha definito un "attacco esistenziale", riconoscendone implicitamente l'efficacia.
Si propone inoltre di mettere al centro della ricostruzione la leadership palestinese, in particolare il Ministero della Sanità e le organizzazioni non governative locali, garantendo finanziamenti flessibili e non vincolati. L'esperienza degli aiuti internazionali dimostra infatti che gran parte dei fondi è spesso condizionata e ritorna ai paesi donatori attraverso l'acquisto di beni e servizi, riducendo l'efficacia reale degli interventi."
Ultimo intervento affidato a Bahia Hakiki, neurologa, professoressa dell'Università di Firenze, co- fondatrice movimento Sanitari per Gaza.
Attraverso la sua attività in Palestina e nel campo della sanità ha sviluppato la sensazione di un dovere etico e civile che l'ha portata a un forte impegno personale e professionale. In questi ultimi due anni di informazione e riflessione personale e collettiva sulla Palestina, si è contribuito a rivedere profondamente la comprensione della politica e del ruolo dell'informazione, in un processo di trasformazione che ci accompagna ancora oggi.
Prima di entrare nel merito dell'argomento che mi è stato assegnato, vorrei fare una breve riflessione su un dato ripetuto più volte oggi: i 246 giornalisti uccisi a Gaza. È importante sottolineare che la maggior parte di questi giornalisti non erano internazionali, perché Israele ha impedito ai giornalisti stranieri di entrare a Gaza, creando così una condizione di invisibilità mediatica. Di conseguenza, i giornalisti uccisi erano in larga parte giornalisti palestinesi.
Mi collego a questa riflessione partendo dal titolo di questa giornata, "testimoni di guerra". Il termine "testimone", nella sua radice latina, rimanda al concetto di terzo, colui che interviene o viene chiamato a intervenire di fronte a un evento grave, con una funzione che implica anche un'idea di giustizia e di possibilità di intervento per fermare l'ingiustizia. Nella tradizione greca, invece, la testimonianza è legata al concetto di martirio, in cui la giustizia viene rimandata a una dimensione trascendente, ultima, quasi divina.
Applicando queste riflessioni al caso di Gaza, ci si interroga su come interpretare la testimonianza in un contesto in cui il diritto internazionale umanitario appare profondamente compromesso e, in parte, fallito. Gaza è stata descritta da alcuni come il primo caso di "genocidio in diretta", in cui le persone presenti sul territorio hanno raccontato in tempo reale ciò che accadeva, senza che vi fosse un intervento efficace da parte della comunità internazionale. In questo contesto, i giornalisti palestinesi hanno spesso dovuto assumere anche il ruolo di testimoni diretti e, in alcuni casi, di influenzatori, perché era l'unico modo per far circolare l'informazione.
Una delle principali violazioni del diritto internazionale, infatti, riguarda proprio il divieto imposto da Israele all'ingresso dei giornalisti internazionali nella Striscia di Gaza.
Nel corso della giornata si è parlato spesso di diritto internazionale umanitario e del suo mancato rispetto. Personalmente, in seguito a un processo di trasformazione personale legato alla situazione di Gaza, ritengo importante non lasciare che la rabbia si trasformi in risentimento, perché il risentimento non produce cambiamento. La rabbia, invece, deve essere trasformata in azione.
Le basi di una democrazia sono un sistema giudiziario indipendente e un giornalismo libero e autonomo. È fondamentale difendere questi pilastri con tutte le nostre forze, perché il loro indebolimento porta a derive autoritarie e alla progressiva erosione del diritto. Quando si distorce il diritto internazionale, ad esempio interpretandolo in modo da giustificare il bombardamento di strutture mediche o civili, si produce un vero e proprio svuotamento del senso delle parole.
Questo processo di svuotamento semantico rientra in dinamiche tipiche dei sistemi autoritari, in cui il linguaggio perde il suo significato originario e viene manipolato. È un meccanismo che dobbiamo saper riconoscere, comprendere e contrastare, perché senza diritto internazionale, diritto umanitario e diritto nazionale non esiste alcuna tutela dell'etica che siamo chiamati a difendere.
Il tema della tortura rappresenta, in questo senso, una delle espressioni più estreme di questa violazione. La tortura può essere definita come un atto intenzionale che infligge dolore o sofferenza fisica o mentale a una persona, coinvolgendo agenti statali e perseguendo uno scopo specifico, in aperta violazione del diritto internazionale.
La tortura è ovviamente vietata dal diritto internazionale già dal 1907, con il Regolamento allegato alla IV Convenzione dell'Aia, che stabiliva che le persone catturate in tempo di guerra dovessero essere trattate umanamente. Successivamente, nel corso del tempo, le norme internazionali si sono progressivamente rafforzate e specificate. Anche la legislazione italiana vieta la tortura: un soldato che picchi o maltratti una persona affidata alla sua custodia può essere punito con pene fino a tre anni di carcere, e in generale esistono regolamenti volti a impedirne l'uso.
Tuttavia, nel contesto palestinese, l'uso della tortura è stato descritto come una pratica ricorrente e storicamente diffusa. Diverse organizzazioni internazionali, tra cui Amnesty International, Physicians for Human Rights e Save the Children, hanno pubblicato numerosi report e documentazioni che attestano la presenza di torture ai danni dei detenuti palestinesi, sia da parte delle autorità israeliane sia in contesti precedenti, già durante il periodo del protettorato britannico. Alcuni studi hanno persino concluso che si tratti di una pratica in parte istituzionalizzata.
Nel tempo, sono stati individuati anche escamotage giuridici attraverso cui alcuni sistemi legali hanno cercato di legittimare pratiche assimilabili alla tortura, aggirando il diritto internazionale mediante eccezioni normative o interpretazioni che consentono ai soldati o agli apparati di sicurezza di agire in deroga ai divieti.
All'inizio del periodo più recente del conflitto, indicativamente dal 2024, si è osservato un aumento significativo dei casi documentati di tortura, insieme a un incremento della produzione scientifica e dei report sul tema. Anche le organizzazioni sanitarie e per i diritti umani hanno pubblicato numerosi documenti, tra cui report che denunciano apertamente la situazione nei territori palestinesi.
Tra questi, è particolarmente significativo un report recente, intitolato "Our Genocide", che raccoglie testimonianze e analisi di operatori sanitari e osservatori indipendenti. Un ulteriore contributo rilevante è il rapporto di Francesca Albanese, pubblicato di recente, nel quale si analizza il sistema giuridico e politico che avrebbe contribuito a legittimare pratiche di violenza sistematica, anche attraverso la trasformazione e l'adattamento delle norme esistenti.
Secondo queste analisi, la legittimazione della tortura avverrebbe attraverso diversi meccanismi: espansione dei poteri esecutivi in nome della sicurezza, punizioni collettive legalizzate, introduzione o ampliamento della pena di morte per presunti terroristi, modifiche giuridiche che garantiscono immunità o privilegi agli apparati di sicurezza, mancanza di trasparenza nei processi e uso di confessioni ottenute sotto coercizione.
A questi elementi giuridici si aggiungono cambiamenti sociali e culturali, come la propaganda mediatica e il linguaggio politico e religioso che contribuiscono a normalizzare la violenza, disumanizzare la popolazione palestinese e banalizzare la sofferenza. In alcuni casi, vengono persino celebrate pubblicamente pratiche violente, contribuendo a un clima di progressiva normalizzazione.
Un ulteriore elemento riguarda la complicità di alcuni professionisti sanitari. La complicità medica può essere sia passiva sia attiva: passiva quando si omette di denunciare o riconoscere i casi di tortura, attiva quando si partecipa direttamente o indirettamente alla sofferenza dei detenuti, ad esempio supervisionando pratiche violente, falsificando referti o fornendo cure inadeguate. In alcuni casi, i medici possono essere coinvolti nel monitoraggio dei detenuti durante le torture per evitare che muoiano, al fine di prolungarne la sofferenza, oppure nella redazione di documenti che mascherano le reali cause di morte.
Queste pratiche sono state definite da alcuni osservatori come una "vergogna della medicina", in quanto violano apertamente i codici etici internazionali. La Dichiarazione di Tokyo della World Medical Association, firmata anche da Israele, vieta esplicitamente la partecipazione dei medici alla tortura. Tuttavia, nonostante numerose segnalazioni e petizioni internazionali, non sono state adottate sanzioni significative nei confronti delle istituzioni coinvolte.
Per confronto storico, negli anni '70 la società medica sudafricana fu esclusa dalla World Medical Association per la sua complicità con il sistema dell'apartheid, e fu riammessa solo dopo la fine di quel regime. Nel caso attuale, invece, non si è assistito a un'azione analoga, nonostante le richieste avanzate da diverse organizzazioni.
Le ricerche più recenti evidenziano inoltre come il linguaggio utilizzato da molte istituzioni scientifiche e accademiche tenda spesso a essere neutro e depoliticizzato, evitando di attribuire responsabilità dirette e riducendo così la chiarezza delle analisi.
Per quanto riguarda i destinatari della tortura, storicamente essa è stata rivolta ai detenuti. Tuttavia, secondo le analisi più recenti, si osserva un ampliamento delle modalità di applicazione, che includono anche forme collettive come la privazione di cibo e acqua, riconosciute in alcuni casi come forme di tortura. Inoltre, si segnala un crescente coinvolgimento anche degli operatori sanitari come vittime o testimoni diretti di queste dinamiche.
Colpire i bambini e gli operatori della cura significa colpire le basi stesse della società: l'inizio della vita e il sistema della protezione e dell'assistenza. Questo, secondo alcune interpretazioni, indica una volontà non solo di repressione, ma anche di disgregazione sociale e morale.
Infine, i metodi della tortura possono essere distinti in due categorie principali: la tortura "tradizionale", che lascia segni fisici evidenti sul corpo della vittima, e la cosiddetta "tortura bianca", che invece non lascia tracce visibili ma produce gravi danni psicologici e mentali.
La cosiddetta "tortura bianca" o tortura psicologica ha la caratteristica di lasciare profonde tracce cognitive, al punto da poter provocare una vera e propria depersonalizzazione della persona. In alcuni casi può comportare perdita della memoria, disorientamento totale, incapacità di riconoscere sé stessi, il luogo in cui ci si trova o la direzione verso cui si sta andando, con effetti estremamente gravi e talvolta permanenti.
Nel report di Francesca Albanese vengono aggiunte informazioni particolarmente rilevanti rispetto a quanto già riportato negli opuscoli sul tema della tortura. In particolare, si evidenzia come anche i corpi dei morti possano essere coinvolti in pratiche degradanti: in alcuni casi non vengono restituiti alle famiglie, vengono trattenuti o lasciati in condizioni tali da impedirne il recupero e l'identificazione, rendendo impossibile anche il processo di lutto e di elaborazione della perdita.
Per quanto riguarda i danni cognitivi, oltre agli effetti della tortura psicologica, vengono descritti casi in cui i detenuti, una volta rilasciati, presentano gravi menomazioni fisiche e mentali. Alcuni non sono in grado di camminare o orientarsi, altri non sanno più chi sono o dove si trovano. In alcuni casi vengono rilasciati senza alcuna informazione preventiva, e si registrano persone che vagano disorientate senza riuscire a ricongiungersi con le proprie famiglie.
Francesca Albanese interpreta questi elementi come parte di una strategia più ampia, in cui la tortura non è un fatto isolato ma si inserisce in una campagna sistematica, descritta da lei come parte di una dinamica genocidaria. Questa strategia coinvolgerebbe diverse figure professionali, inclusi alcuni operatori sanitari e scienziati, e avrebbe come obiettivo la degradazione dei corpi palestinesi, la frattura dell'integrità psicologica e l'erosione della resilienza collettiva.
Quando si parla di "erosione della resilienza collettiva", si intende che non viene colpito solo l'individuo, ma l'intero gruppo sociale nella sua capacità di resistere e mantenere coesione. In questo senso, alcune ricerche precedenti al 7 ottobre 2023, basate sull'analisi dell'uso della tortura fino al 2020, hanno concluso che essa rappresenta uno strumento storico del sistema coloniale, utilizzato per reprimere le popolazioni colonizzate e affermare una logica di supremazia.
In questo quadro si inserisce anche il pensiero di Frantz Fanon, psichiatra e intellettuale martinicano, che ha lavorato in Algeria durante la colonizzazione francese negli ospedali psichiatrici, analizzando profondamente gli effetti psicologici della dominazione coloniale. Secondo Fanon, la tortura è un linguaggio attraverso cui il colonizzatore afferma la propria supremazia, riducendo il colonizzato a un corpo da controllare e manipolare.
In questa prospettiva, la tortura coloniale non colpisce soltanto l'identità individuale, ma anche quella collettiva, producendo traumi psichici diffusi e lasciando segni profondi nel tessuto sociale. Diversi report internazionali hanno evidenziato come la tortura si inserisca quindi in un contesto più ampio di dominazione coloniale.
Un'immagine particolarmente significativa, spesso utilizzata nella letteratura scientifica, mostra come i circuiti cerebrali di una persona sottoposta a tortura risultino gravemente compromessi: da una rete integrata e connessa si passa a un sistema frammentato, incapace di comunicazione tra le diverse aree cerebrali. È stato osservato come questo effetto possa essere simbolicamente paragonato alla frammentazione del territorio palestinese negli ultimi decenni, reso sempre più discontinuo e frammentato anche nella possibilità di movimento e coesione sociale.
Negli ultimi anni, inoltre, la letteratura scientifica ha iniziato a riflettere sull'utilizzo delle nuove tecnologie nei contesti di controllo e repressione. Se da un lato le tecnologie digitali e i social media hanno permesso una maggiore visibilità di ciò che accade, dall'altro sono anche strumenti di monitoraggio e controllo.
Nel caso palestinese, le tecnologie vengono utilizzate per la sorveglianza capillare della popolazione: localizzazione degli individui, analisi dei comportamenti online, tracciamento delle reti sociali, raccolta di dati biometrici come riconoscimento facciale, impronte digitali e scansione dell'iride. Questi sistemi possono essere integrati con tecnologie militari avanzate, fino a forme di automazione letale, in cui sistemi algoritmici contribuiscono all'identificazione e, in alcuni casi, alla selezione degli obiettivi.
La consapevolezza di essere costantemente osservati e monitorati produce un ulteriore livello di pressione psicologica sulla popolazione, contribuendo a un sistema di controllo continuo e pervasivo.
Testo a cura di Aurora Di Franco, tirocinante Unife, 3.o Anno Corso di Scienze della Comunicazione
Immagini scaricabili:


