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Il fare del visionario

14-06-2006 / A parer mio

di Giuliana Berengan

Un grammofono diffonde la voce di Caruso. Seduto sopra una poltrona di velluto rosso issata sulla nave che percorre il rio Amazonas, dopo aver compiuto l'impossibile scalata della montagna, Fitzcarraldo, l'eroe visionario dell'omonimo film di Werner Herzog insegue il suo sogno di costruire un teatro dell'opera nel mezzo della foresta amazzonica. Se nella nostra società occidentale l'educazione non fosse ormai soltanto la trasmissione di parametri ai quali adeguarsi per essere il più possibile sicuri ed uguali in un universo totalmente prevedibile, sono certa che le immagini del regista tedesco la cui opera è stata protagonista della davvero pregevole ventesima edizione di Aterforum potrebbero essere di edificante lettura. In un mondo che sogna ed immagina merci da possedere e rateizza la propria felicità assecondando i modelli di vita proposti dagli spot pubblicitari potrebbe essere quanto mai esaltante accorgersi che si può desiderare ciò che rompe ogni schema, ciò che non gode del consenso, che si possono mettere a rischio le proprie sicure certezze per inseguire una bellissima fata Morgana. Credo che mai come ora andrebbero rilanciate nel gioco della vita parole come sfida, rischio, coraggio, illusione se è vero che non c'è salvezza laddove l'unico pensiero sia quello che calcola, che fissa rigidamente i confini dell'utile e dell'inutile, che dispone ogni cosa in funzione del controllo quando non del dominio. Ed è proprio questo pensiero privo di immaginario, calcolatore che decreta il significato delle parole in rapporto alla loro corrispondenza o meno al proprio modello. E' a causa di tale meccanismo perverso che il visionario ideatore di mondi, colui che più di ogni altro entrava in contatto con il divino e conosceva l'invisibile e l'indicibile è andato connotandosi di troppo umani sospetti di diversità e di pericolosa devianza dalla norma. Sempre più lontani da quel pathos che è forma di conoscenza altra rispetto a quella dell'intelletto andiamo perdendo la capacità di squarciare i limiti del tempo e dello spazio per immaginare l'utopia. "Ci siamo allontanati dal nostro patire le cose, le situazioni, le vicissitudini per guardarle distaccati dall'alto della conoscenza senza esserne toccati, all'insegna del più alto risparmio emotivo": questa affermazione di Umberto Galimberti mi sembra rappresentare con estrema lucidità la tendenza sempre più diffusa a rifiutare il contatto multiforme, ampio, intrigante, fatto di complicità fra anima e corpo che solo tiene aperta la via per immaginare un futuro complesso, e voglio sottolineare la radice di questo aggettivo che rimanda al verbo latino completi 'abbracciare, tenere stretto a sé' proprio per evidenziare la necessità di conservare una visione del mondo emozionalmente e, direi quasi, amorosamente coinvolta. In un mondo sempre più spaventato dalla vicinanza, dalla condivisione, che si difende da ogni intromissione dell'ignoto di cui anche la morte fa drammaticamente parte, che si rifugia in una asettica convivenza tra eguali, priva di scosse che possano aprire la strada a pensieri dall'identità sconosciuta e non controllabile il visionario è ormai sostituito dal navigatore del video, "uomo digitale e visivo" che conosce il mondo attraverso lo schermo ma che sempre meno lo possiede dal punto di vista sensoriale. L'ossequiente dipendenza dalla macchina della visione e al tempo stesso la convinzione che, per suo tramite, l'intero universo sia raggiungibile, conoscibile e riconoscibile altera le radici stesse della comunicazione che presuppone il contatto, che si serve della gestualità della parola, della voce, del silenzio e che non esclude il tatto e gli odori. Allora lunga vita alla lucida follia del visionario Fitzcarraldo imbrattato di fango, bagnato dall'acqua del fiume e del cielo, sferzato dal vento, pronto a sfidare le regole e il destino per un sogno di bellezza e di armonia.